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lunedì 17 maggio 2010


Dalla lezione di Copenhagen alla speranza della Sicilia


La Conferenza Climatica Onu COP 15, meglio conosciuta come "conferenza di Copenhagen" ha avuto un esito prevedibilmente negativo e inconcludente. Per meglio comprendere le ragioni del "fiasco danese" bisogna andare oltre il rituale "blame game" il gioco delle colpe, lo scarica barile che si e' scatenato nei giorni immediatamente successivi e che ancora oggi anima il dibattito al riguardo.

Atteggiamento eccessivamente conciliante e realismo opportunista di Obama? Forse.

Doppio gioco cinese con continuo spostamento delle condizioni e tattiche filibustiere? Certamente ma non solo.

Eccessiva rigidità della co-conduzione danese-olandese (Yvo de Boeur, Grand Commis ONU per il clima è appunto olandese e si è dimesso dopo il fiasco)?

Mancata leadership europea? Innegabilmente, ma...

le ragioni del fallimento vanno lette molto più in profondità.

Io comincerei col mettere in questione l'approccio limitativo e negativo che la politica climatica internazionale ha stabilito a partire da Rio, approccio poi cristallizzato con il protocollo di Kyoto. Un approccio che, se poteva avere un senso negli anni novanta, oggi appare superato sia sul piano energetico, che su quello ambientale, economico e tecnologico. Un approccio che ha portato la Commissione Europea a commettere l'errore, nonostante il parere contrario di fior di esperti di comunicazione, di lanciare la parola d'ordine del "burden sharing" (poi mitigata nel meno sinistro ma sempre negativamente connotato "effort sharing").

In altre parole, oggi non ha più senso chiamare la comunità internazionale e i leader mondiali a confrontarsi su quante emissioni tagliare, di quanto limitare la crescita, entro quando e con quali costi. Questo approccio, totalmente negativo, non entusiasma più nemmeno gli ambientalisti più convinti, crea diffidenza e sospetto fra Paesi e categorie di Paesi ( gli inquinatori e i non inquinatori, gli sviluppati e i sottosviluppati, i "buoni" e i "cattivi"). Dare obiettivi negativi da raggiungere non funziona più. E' ora di prenderne atto e di elaborare una nuova piattaforma che converta in positivo la "narrazione climatica ("positive narrative" nelle parole di Jeremy Rifkin), e di definire un piano economico di lungo periodo in cui gli obiettivi per ogni Paese siano di crescita (economica, occupazionale, tecnologica) invece che di "riduzione" del danno ambientale, di "limitazione" dellindustria, di "contenimento" delle emissioni.

Il raggiungimento degli obiettivi deve essere visto come una "opportunity" invece che come un "burden" o un "effort". E' chiaro che questo nuovo approccio presuppone un cambiamento di prospettiva, una vera e propria rivoluzione copernicana, in cui i punti di riferimento paradigmatici devono essere quelli positivi, di crescita, della Terza Rivoluzione Industriale, che comportano la predisposizione di una nuova infrastruttura energetica distribuita e interattiva. In altre parole una nuova visione energetica e economica che acceleri la transizione dal ciclo del carbonio (e delle altre fonti concentrate come l'uranio) al ciclo del sole e dell'idrogeno. Una visione anti-entropica dell'uso delle risorse naturali, in primo luogo quelle energetiche, in cui il principio del "parco naturale" diventi la regola e non l'eccezione, esca dalle logiche della "riserva" nella quale confinare il creato mentre il resto della natura può essere placidamente devastato in nome di un malinteso concetto di progresso.

Una nuova visione del mondo che integri la specie umana e i suoi processi energetici negli ecosistemi di quella biosfera che ne ha permesso la nascita e la crescita. In questo senso bisogna guardare con ammirazione all'esperienza Siciliana in cui si è sta avviando, in poco tempo e nonostante inimmaginabili pressioni contrarie, uno straordinario laboratorio delle nuove energie, che porterà nella scia di regioni che ormai da anni sono leader delle fonti energetiche di terza Rivoluzione Industriale come la Navarra e l'Aragona. Mi piace pensare che in minima parte, a incoraggiare la regione siciliana su questa strada, sia stato il fatto di aver trovato al suo fianco, Jeremy Rifkin, che all'inizio di questo percorso, è venuto a sostenere le ambiziose politiche climatiche di questa regione, nella convinzione mai perduta ma anzi sempre rafforzata, che le Regioni, e gli enti locali in generale, possono e devono acquistare un nuovo protagonismo negli scenari energetici distribuiti della Terza Rivoluzione Industriale.

La Sicilia ha in programma lo sviluppo simultaneo dei quattro pilastri della Terza Rivoluzione Industriale, predisponendo le basi per una infrastruttura energetica rinnovabile. Questo permetterà l'accelerazione "quantica" verso la propria autonomia energetica, adottando politiche di sostegno alla rapida introduzione dei quattro pilastri, e coiè, oltre alle rinnovabili, l'edilizia a energia positiva, le reti elettriche intelligenti (smart grids) e l'idrogeno, un campo nel quale positive esperienze sono già incominciate con l’Istituto ITAE intitolato a Nicola Gordano” di Messina, esperienze che però devono adesso essere adeguatamente sostenute e ampliate, in modo da fare massa critica e creare"filiera" (i distretti produttivi, sorti con il sostegno delle organizzazioni imprenditoriali sono una prima condizione necessaria ma non sufficiente). Sarebbe ad esempio necessario collegare la Regione con le più avanzate esperienze in materia di idrogeno e smart grids, come il Walqa Technology Park in Aragona, o il centro di Keratea in Grecia. Società regionali, deputate istituzionalmente a creare incubatori di innovazione industriale sul territorio, potrebbero essere il motore della Terza rivoluzione industriale in Sicilia. Dobbiamo tener presente che l’introduzione di tecnologie energetiche avanzate, non avviene mai ad opera del solo settore privato. Non è mai stato così (pensiamo agli immensi investimenti pubblici nelle reti petrolifere e nel nucleare), e certo non sarà così adesso. Siamo al momento delle PPP (Partnership pubblico Privato). E in questo la Regione Siciliana, e le regioni in generale devono essere e rimanere in prima fila.

Questo nuovo protagonismo energetico degli enti locali, che sarebbe stato impossibile nello scenario energetico basato sulle fonti concentrate, totalmente fuori della portata (e anche della sensibilità) degli enti locali, può fornire quella speranza, negata dalla conferenza di Copenhagen , che l'uomo in fondo, non voglia scomparire, che ci siano ancora i margini per un recupero di "empatia" verso le generazioni future e verso quei nostri fratelli meno fortunati che pur non avendo beneficiato affatto dei vantaggi materiali della seconda rivoluzione industriale, rischiano adesso, per somma ironia della sorte, di pagare il prezzo più alto, con le alterazioni climatiche innescate dai duecento anni di follia petrolifera, che hanno sconvolto gli equilibri chimici della nostra biosfera fino a minacciare non il pianeta, come spesso erroneamente si sostiene, ma la nostra stessa sopravvivenza su di esso.

Con politiche energetiche di Terza Rivoluzione Industriale programmate in Sicilia si mettono le basi per una nuova crescita non solo economica ma anche sociale e democratica del territorio, per un nuovo modello energetico che sia portatore di speranza.

Quella speranza “Obamiana” che proprio a Copenhagen è stata negata dall’egoismo e dal pensare “vecchio” dei governi e che potrebbe essere restituita al cittadino proprio dalle Regioni e dalla Sicilia innanzitutto.

Per questo è molto importante avere un momento di riflessione come quello della Conferenza organizzata dal CETRI nell’ambito del Windsurf World festival a Mondello-Palermo giovedì 20 maggio 2010.

Per maggiori informazioni: http://cetri-tires.org/press/?page_id=361

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