Loading...

mercoledì 29 ottobre 2014

"BUONASERA PROFESSOR RIFKIN QUALCHE DOMANDA RAPIDA PER LEI"

"Buonasera professor Rifkin, qualche domanda rapida per lei!"

(vedereper credere all'inizio del video qui: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/rifkin-ballaro-modello-sviluppo-capitalistico-finito-8ffded16-bb1e-4fa0-84d9-a3b019e0c807.html

Ecco quando si comincia una intervista con questo senso di fretta e di urgenza con uno come Rifkin,perchè incombe l'intervista con quell'imperdibile statista di Orlando, la strada è già segnata. L'intervento di Rifkin a Ballarò ieri, è stato amputato, accelerato, travisato e mal tradotto. Alcune cose si sono capite, altre no. Questa intervista a Famiglia Cristina, spiega in termini semplici e comprensibili, tutto quello che Rifkin avrebbe potuto dire (e che gli è stato impedito di dire perchè si è scelto di schiacciarlo fra il pollaio dello studio e quella cima del Ministro Orlando...), sulla nuova economia dal basso, della condivisione a costo marginale zero resa possibile dall'internet delle cose (e non semplicemente "internet" come diceva il traduttore ieri), e dall'abbassamento dei costi marginali nell'informazione, nell'energia e nella logistica e produzione industriale. Per esempio le stampanti 3D rappresentano la liberazione dell'uomo dalla schiavitù delle grandi fabbriche e permettono al lavoro di andare all'uomo e non all'uomo di dover andare al lavoro. Questa è la teoria Gandhiana dello "Swadeshi". Leggiamo e diffondiamo questo articolo per capire e far capire meglio quello che Rifkin avrebbe potuto esprimere se gli fosse stato concesso il tempo di parlare.


JEREMY RIFKIN: COOPERARE È MEGLIO CHE COMPETERE

Leggere i saggi di Jeremy Rifkin equivale a compiere un balzo a piedi uniti nel futuro. Come la civetta di Minerva, di hegeliana memoria, l’economista americano si affaccia sul mondo al crepuscolo, cercando di cogliere i fenomeni, le tendenze, le dinamiche anche culturali e sociali celate sotto la superficie della storia. E fin dai tempi delle “profezie” sulla Fine del lavoro (1995), l’Economia all’idrogeno (2002) e La civiltà dell’empatia (2010) ha mostrato una capacità non comune di scorgere, leggendo i segni dei tempi, i germi di un futuro ancora in via di formazione.  

Il suo ultimo lavoro, La società a costo marginale zero (Mondadori), azzarda una tesi tanto impegnativa quanto ricca di suggestioni: il modello economico - ma anche sociale e culturale - che ha dominato negli ultimi secoli è destinato a tramontare o, almeno, a essere ridimensionato, in virtù dell’avvento di un nuovo paradigma. In altri termini, il capitalismo cederà via via posizioni, a favore di quelli che Rifkin definisce Commons collaborativi, ovvero comunità caratterizzate da una forte attitudine alla condivisione di beni e servizi. È evidente che, se tale tesi risulterà plausibile, a essere in gioco non è soltanto l’avvicendarsi di modelli economici - fatto che costituisce comunque di per sé una rivoluzione - ma l’emergere di un nuovo modello sociale e culturale, con il suo apparato di valori. 

Considerato che l’esito finale del suo ragionamento è l’affermarsi della cooperazione, al posto della competizione, della condivisione, anziché del monopolio, del diritto all’accesso, rispetto a quello proprietà, dell’armonia con l’ambiente, in luogo del suo illimitato sfruttamento, c’è da stupirsi se l’economista manifesta il desiderio che papa Francesco prenda il mano il suo libro? 

Professor Rifkin, prima di analizzare le implicazioni sociali, culturali e filosofiche della società a costo marginale zero, conviene tornare sulla tesi centrale del suo saggio: l’eclissi del capitalismo. Lei indica anche le date entro le quali tale paradigma economico e sociale arriverà al tramonto. Si tratta evidentemente di una tesi forte: ogni giorno assistiamo al dispiegarsi del potere delle multinazionali, che di quel paradigma sono una delle massime espressioni. Eppure lei individua una contraddizione conficcata proprio nel cuore del capitalismo… 
«Non parlo di un collasso del capitalismo, quanto di una sua radicale trasformazione. Nel futuro si svilupperà un nuovo sistema economico, basato sulla condivisione, sui Commons collaborativi, e si passerà da un mercato di scambio a un mercato di condivisione. Nei secoli scorsi abbiamo assistito alla rivoluzione socialista e poi a quella capitalista: ora è il momento dell’avvento dell’economia collaborativa, un evento di portata storica, che non ha valore solo economico, ma anche sociale e culturale. I due sistemi - quello capitalista e quello collaborativo - vivranno l’uno accanto all’altro, a volte come rivali, a volte beneficiando l’uno dell’altro; ma ritengo che entro il 2050 avremo una situazione ibrida. L’evento fondamentale che sta già trasformando l'economia è quello del costo marginale zero, il costo di ogni singola unità di prodotto, una volta abbattuti i costi fissi». 

In che modo sarebbe proprio questo pilastro dell’economia capitalista a favorirne la trasformazione? 
«È il suo paradosso, la sua contraddizione strutturale. La condizione che ne ha decretato il successo e ora, per una sorta di nemesi storica o pena del contrappasso, rappresenta se non la sua fine, il suo ridimensionamento. Quello che si insegna in ogni corso di economia classica è che l’imprenditore cerca di aumentare al massimo la produttività, riducendo al minimo i costi. In questo processo, un ruolo chiave è svolto dalla tecnologia. Chi è più bravo, chi più si avvicina al costo marginale zero, conquista nuovi clienti e aumenta i propri profitti. Non si era però previsto che per molti beni e servizi si arrivasse a un costo marginale davvero prossimo allo zero, tale da rendere quasi nulla la redditività».  

Possiamo fare qualche esempio per spiegare questa corsa verso il costo marginale zero di un prodotto? 
«Pensiamo allo sconvolgimento che si è verificato negli ultimi quindici anni nel settore dell’informazione in senso lato. Milioni di giovani, attraverso l’uso di semplici software, condividono musica, creata da altri o da loro stessi; la medesima cosa è accaduta con i video e con i giornali e i libri: chiunque può produrre in casa, diciamo, video e informazione e scambiarli istantaneamente con il mondo intero. L’impatto per l’industria discografica, cinematografica ed editoriale è stato tremendo. E non c’è ambito economico che sia al riparo dalla rivoluzione. Negli ultimi due anni sei milioni di studenti hanno seguito corsi universitari on line, spesso tenuti dai migliori docenti a livello internazionale, ricevendo crediti universitari. Il 40 per cento della popolazione mondiale è collegata ad Internet ed è diventata prosumer, vale a dire produttrice e consumatrice al tempo stesso. Gli effetti sono impressionanti: per dare un’idea dei risvolti culturali del fenomeno, si consideri che il giovane americano oggi trascorre davanti alla televisione solo 20 minuti al giorno, un tempo molto inferiore a quanto succedeva fino a poco tempo fa». 
Qual è stata la reazione dell’industria tradizionale? 
«Ha pensato che esistesse una barriera, grazie alla quale il processo del costo marginale zero si sarebbe arrestato entro i confini del mondo “virtuale”, permettendo al mondo materiale di sopravvivere perpetuando le sue logiche. E invece anche questa barriera è stata abbattuta e il passaggio dalla dimensione dei Bit a quella fisica degli atomi è stato reso possibile da quella che io chiamo la Super Internet delle cose. Dobbiamo situare il nostro ragionamento dentro il contesto storico. Si sono verificati molti mutamenti dei paradigmi economici e culturali nel corso della storia. Ciascuno di essi si fondava sull’avvento di una nuova piattaforma, costituita da tre fattori - la comunicazione, l’energia e la logistica - che poneva le condizioni per un cambiamento. Ora, concentrando la nostra attenzione sugli ultimi due secoli, abbiamo visto l’affermarsi della Prima rivoluzione industriale nel XIX secolo, determinata dall’avvento della stampa nel settore della comunicazione, del carbone in quello dell’energia e della rete ferroviaria in quella della logistica. Nel XX secolo si è imposta la piattaforma formata da radio e Tv, sfruttamento del petrolio e rete stradale, portando alla Seconda rivoluzione industriale, ora è al tramonto. Significa che la piattaforma comunicazione-energia-logistica su cui si fonda è matura: produrre energia dal petrolio è troppo costoso ormai, senza contare che sta causando un cambiamento climatico che minaccia l’equilibrio del nostro pianeta. Oggi siamo nel mezzo della Terza rivoluzione industriale, il cui elemento di base è la convergenza di comunicazione, energia e logistica nell’Internet delle cose». 

Ci spieghi quali sono le caratteristiche di questa Terza rivoluzione industriale e come si attui grazie all’Internet delle cose. 
«È in costruzione una gigantesca rete neurale che abbraccerà il pianeta, consentendoci di avere il controllo su ciò che accade in ogni suo angolo. Lasciamo per un momento da parte il problema, non certo trascurabile, della privacy e il fatto che tutto ciò si alimenta di energie rinnovabili, che affronteremo dopo. Sono giù diffusi 13 miliardi di sensori che collegano un’infinità di cose alle persone, entro il 2030 si prevede che arriveranno a essere 100 trilioni. Vengono collocati nel terreno per valutare le condizioni del raccolto, nelle strade per monitorare il traffico, nei magazzini per controllare le scorte e la distribuzione delle merci, nelle fabbriche per conoscere immediatamente il ciclo produttivo, nei negozi per carpire le modalità di acquisto dei clienti, nelle smart houses per risparmiare energia… Ebbene, grazie a questi sensori miliardi di persone, avendo in mano anche soltanto uno smart phonecollegato alla Rete, saranno in grado di avere accesso a questi dati e condividerli con gli altri per organizzare la loro vita e le loro attività. Teniamo a mente che ciò sta avvenendo non solo nel mondo virtuale dell’informatica, ma anche in quello reale, in seguito alla diffusione delle stampanti tridimensionali (3D). Il prosumer è insomma nella condizione di produrre e usufruire di una quantità sempre maggiore di beni e servizi, semplicemente grazie a un computer o una smart phone e una connessione. Proprio stamattina il Financial Times dà conto della rivolta dei tassisti in Germania contro Uber, una sistema che consente a chiunque di collegarsi a un sito, verificare se qualcuno sta guidando nella direzione che ci interessa, godere del passaggio e saldare sempre in Rete. L’idea di fondo è semplicissima: un sito Internet che, grazie alle reti Gps, mappa in tempo reale la mobilità. Se per il 90 per cento del nostro tempo non abbiamo bisogno di un’auto - come accade a larga parte della popolazione - un servizio del genere diventa formidabile. E l’offerta è in fase di ulteriore avanzamento: alcune società forniscono il sevizio solo con auto elettriche, nel giro di 10 anni ci saranno auto che non avranno più bisogno del conducente, a Chicago è stata presentata un’auto stampata integralmente (eccetto il telaio) con stampante 3D…».

Lei torna frequentemente sulla produzione e l’impiego delle automobili, come caso esemplare della rivoluzione in corso… 
«È stato calcolato che un’auto in condivisione ne può sostituire 15 fra quelle attualmente in circolazione. A parlare della rivoluzione che investe il settore è stato lo stesso Cio della General Motors che ha commissionato una ricerca, dalla quale è emerso che la diffusione di piattaforme analoghe a quella di Uber potrebbe eliminare l’80 per cento delle auto che ora sono sulle strade, garantendo più sicurezza e minor impatto ambientale. E a ciò si deve aggiungere il fatto che le auto che “sopravviveranno” saranno in gran parte elettriche e con bassi consumi. Le conseguenze saranno incommensurabili. Sul piano culturale, si passerà dal concetto di proprietà a quello di accesso. Sul piano ambientale, la quantità enorme di materie prime ed energia che il settore automobilistico divora, inquinando l’ambiente, verrà cancellata dall’utilizzo di energie rinnovabili e dalla stampa in 3D». 
L’impressione è che i Governi non sappiano gestire queste trasformazioni, ammesso che ne siano consapevoli… 
«Sono consulente di Angela Merkel da molti anni, ancora prima che diventasse cancelleria. Ho lavorato con il Governo tedesco per la messa a punto di una piattaforma che permettesse di utilizzare in maniera efficiente le energie rinnovabili. Il risultato è che, oggi, milioni di famiglie tedesche per quanto riguarda la produzione e l’utilizzo di energia sono vicine al costo marginale zero, perché sfruttano in maniera intelligente l’energia solare ed eolica. La sfida è stata la creazione di una infrastruttura; una volta ammortizzati i costi, i vantaggi sono incalcolabili. E comunque i costi sono destinati ad essere abbattuti: negli anni Settanta un Watt di energia solare costava 66 dollari, oggi 66 centesimi. Attualmente il 27 per cento del fabbisogno energetico della Germania è coperto da energia verde ed entro il 2030 si arriverà al 35 per cento. Ricorda la giornata di maggio in cui il 75 per cento dell’energia utilizzata in Germania proveniva dal solare dall’eolico? Creata l’infrastruttura, è sufficiente mantenere puliti i pannelli solari piuttosto che la turbina per l’eolico o la pompa per il geotermico, a costi minimi. Ei badi che solo il 7 per cento dell’energia prodotta in Germania oggi viene dalle grandi industrie, il resto è appannaggio di un sistema cooperativo che collega i privati». 

Un esempio di quello che lei chiama Commons collaborativo? 
«In futuro le società che avranno successo saranno quelle capaci di aggregare reti, attraverso una gestione non verticale ma orizzontale, per organizzare e condividere nella maniera più efficiente beni e servizi. Si tratta di un nuovo modello cooperativo destinato a  soppiantare quello delle grandi imprese protagoniste del modello capitalistico, il cui ruolo dovrebbe diventare quello di mettere a disposizione il loro know how per gestire il flusso dell’energia, insegnare come diventare produttori in proprio, ridurre i costi… Quanto allo scoglio del costo iniziale della piattaforma logistica, si tenga a mente che il computer all’origine costava milioni di dollari, mentre oggi la stessa Ibm si è resa conto che non aveva più margini di guadagno in questo ambito e si è convertita alla consulenza e alla gestione delle informazioni».

Figura centrale del nuovo paradigma socioeconomico è il prosumer. Sappiamo che con questo neologismo lei identifica la persona che, sfruttando l’Internet delle cose, produce e usufruisce al tempo stesso di beni e servizi. Ma al di là delle competenze, quali sono le attitudine morali che lo connotano, dato che, ad esempio, sarà chiamato in continuazione a condividere ciò che ha creato o ciò che è stato creato dagli altri? 
«Chiunque può essere un prosumer. È un processo inarrestabile, tanto più che sta invadendo il mondo fisico e non è più confinato in quello virtuale. Oggi si usa energia rinnovabile e non inquinante. È sempre più diffusa la tendenza a operare con software open source, cioè aperti a tutti, sia per l’utilizzo, sia per apportarvi perfezionamenti. Entro cinque anni in ogni scuola americana ci sarà una stampante 3D, che lavora con materiali riciclati per produrre cose che avranno bisogno di un decimo del materiale finora necessario. Per i ragazzi di oggi, vogliamo chiamarli nativi digitali?, creare nuovi prodotti o rendere disponibili servizi a queste condizioni e condividerli con gli altri sarà del tutto normale. Non è accaduta la stessa cosa con la musica, i video, l’informazione?».

Quindi sarà naturale collaborare, condividere, dare il proprio contributo a software non più brevettati ma open source, preferire l’accesso alle cose anziché il possesso: tutto ciò sta a indicare che non è in gioco solo l’avvento di un nuovo paradigma economico, bensì una nuova cultura, un nuovo modo di vedere il mondo, una nuova gerarchia di valori…
«La nuova piattaforma rende evidente tale processo perché si basa su una tecnologia che si alimenta di collaborazione e condivisione, è trasparente, democratica, non centralizzata. Al contrario, il mercato dei capitali è verticale, gerarchico. Ora però è scoccata l’era dell’accesso. E, certamente, è implicata una questione morale. Le faccio l’esempio dei giocattoli. Nel mondo capitalista un genitore comprava un gioco a suo figlio, gli diceva “è tuo, abbine cura”. Era una prima educazione alla proprietà privata. I genitori di oggi invece frequentano siti dove, con un sistema di crediti, possono prendere un gioco ai loro bambini, farli giocare, finché, quando sono più grandi e non gli interessa più, lo possono riportare sul sito e recuperare crediti… Registriamo qui un costo marginale prossimo allo zero, ma ora ci importa sottolineare come cambi radicalmente il concetto di proprietà, di come il bambino impari fin da piccolo che l’essenziale è l’accesso, non la proprietà. Per la prima volta, da John Locke, muta l’idea di proprietà. I giovani non hanno più interesse a possedere un Cd, un film, un’auto, preferiscono averne accesso, condividerli con i loro amici. Lo stesso sta accadendo con le case per le vacanze: anziché affittare un albergo, ci si scambia la casa». 
Possiamo sintetizzare il senso della rivoluzione in corso dicendo che il capitale sociale acquisterà sempre più peso rispetto al capitale finanziario? 
«Mi piacerebbe avere ancora quarant’anni per vivere questo momento storico! Il capitale finanziario manterrà un ruolo, ma inserito in un contesto nuovo e diverso, che, in qualche modo, mescola il meglio di socialismo e capitalismo. Nei Commons collaborativi ciascuno diventa imprenditore e al tempo stesso consumatore. Noi siamo cresciuti all’ombra del pensiero di Adam Smith, secondo il quale l’individuo deve preoccuparsi dei propri interessi e disinteressarsi della collettività; in questo modo, anche la società ne avrebbe tratto giovamento. Nell’epoca dei Commons collaborativi invece ciascuno può farsi imprenditore e contribuire al benessere della società, non in virtù di una qualche mano invisibile, ma del fatto che metterà in comune le sue “creazioni”, usufruendo al tempo stesso di quelle degli altri, spesso in modo gratuito. Il capitale finanziario resta necessario, ma in un sistema totalmente mutato, come insegna il fenomeno del crowdsourcing: gruppi di persone danno liberamente il loro contributo per un progetto in cui credono, permettendo all’imprenditore sociale di turno di dare forma alla sua idea, con la speranza di trarne collettivamente vantaggio. Wikipedia è un bell’esempio di questa condivisione del sapere. Le imprese non profit e profit in questa fase si stanno mescolando, le prime cercando risorse all'esterno, le altre muovendosi verso logiche non profit».  

I fenomeni che lei ha descritto, partendo da argomenti di argomento economico, hanno con ogni evidenza implicazioni culturali e morali, se non religiose, che abbiamo più volte toccato. All’origine del suo lavoro esiste anche una motivazione di questa natura? 
«Credo che esistano delle consonanze profonde tra la portata per così dire culturale e morale dei fenomeni che ho spiegato e la religione, da sempre fondata sulla condivisione e non sul possesso, sul dare anziché sull’avere. Sono molto preoccupato dal cambiamento climatico e dall’impatto devastante che già dispiega e dispiegherà in futuro. Tantissime popolazioni sono già toccate dal venir meno della disponibilità di cibo in alcune parti del pianeta e dall’assenza di acqua. Ne La civiltà dell’empatia ho prefigurato anche la possibilità di un’estinzione  del pianeta, qualora non invertissimo la rotta. Ogni aumento di un grado centigrado delle temperature si moltiplica per sette volte in precipitazioni, inondazioni, siccità. La Terra è sottoposta uno stress eccessivo. È drammatico: i capi di Stato dovrebbero avere questo tema come priorità assoluta, trattandosi della questione della sopravvivenza dell’uomo, e invece… Io credo che la società a costo marginale zero possa aiutarci ad affrontare il problema, perché si declina come società sostenibile (preferisco però il concetto di impronta ecologica a quello di sostenibilità): possiamo ridurre i consumi e gestire meglio le risorse. Ecco perché ho scritto questo libro». 

In che modo questo progetto interseca il ruolo delle religioni?
«Ora, mi ha molto colpito che Bergoglio, di cui non sapevo nulla, abbia scelto il nome di Francesco. San Francesco è stato un rivoluzionario, ha posto la difesa dei poveri e il rispetto del creato al centro del suo messaggio. Il sistema capitalistico ha sfruttato la Terra, per rifornirsi di energia e produrre ogni sorta di bene da commerciare in vista del guadagno. So che papa Francesco ha vissuto per tanti anni nei barrios argentini e si è occupato delle persone più indigenti. Anch’io da ragazzo ho operato come volontario nei quartieri più poveri di New York. Certo, è fondamentale aiutare la singola persona che ha bisogno, però per questa via non cambiamo alle radici la società e il sistema generale resta immutato. Per produrre un cambiamento reale e duraturo, che non riguardi solo qualche gruppo ma tutti gli uomini, le creature e l’ambiente in cui viviamo, dobbiamo ripensare il modello economico, trascendendo il presente alla luce di una visione più ampia e generosa. Solo così possiamo coltivare una speranza per il futuro. E io personalmente nutro la speranza che la mia proposta di una società a costo marginale zero, fondata sulla condivisione, le energie rinnovabili, il diritto all’accesso anziché lo sfruttamento, possa risultare interessante anche per la Chiesa. Mi piacerebbe tanto sapere qual è il pensiero di papa Francesco a tal proposito». 
http://m.famigliacristiana.it/articolo/jeremy-rifkin.aspx

Nessun commento:

Posta un commento