sabato 16 maggio 2015

L'ENERGIA SOLARE STA RENDENDO ANTIECONOMICA QUELLA FOSSILE (MA IN TV E' VIETATO DIRLO...)

E' uscito oggi il Rapporto sui Comuni rinnovabili 2015: ormai quasi il 40% dell'elettricità italiana è da fonti rinnovabili. Alla faccia di chi "gufava" che con le rinnovabili non si sarebbe mai arrivati a fare massa critica per le esigenze energetiche di un paese moderno. Attraverso il contributo di oltre 800.000 impianti rinnovabili ormai presenti in tutti gli 8047 Comuni italiani, l’Italia ha ridotto le importazioni dall’estero di fonti fossili, la produzione dagli impianti più inquinanti e dannosi per il clima (nel termoelettrico -34,2% dal 2005) ed è calato anche il costo dell’energia elettrica: da 76 a 48 euro per megawattora tra il 2008 e il 2014. Ma tutto wuesto non si è riflesso nelle nostre bollette, anzi l'ENEL (e il governo) continuano a "chiagnere e fottere" accusando le rinnovabili dell'esatto contrario (alto costo dell'energia), che è invece dovuto ai loro investimenti in impianti fossili ormai anti economici. Questo risultato è ancora più notevole se si pensa a tutti i bastoni fra le ruote amministrativi, fiscali, ed economici che il governo ha messo alle rinnovabili dalla revisione retroattiva degli incentivi del 2011 alla tassazione dell'autoproduzione del 2014. E al contempo si incentivano e mettono in corsia preferenziale trivellazioni, gasdotti e carbone, quando l'Europa raccomanda di fare esattamente il contrario (ma l'Europa si sa, va assecondata solo se ci impone macelleria sociale e riforme del mercato del lavoro, non se propone politiche energetiche e economiche virtuose e a lata intensità di lavoro). E tutto questo non c'è nessuno che va in televisione a dirlo. E quando dico nessuno intendo dire proprio nessuno. A parte me. Io ci ho provato quando sono stato a Ballarò. Infatti non mi hanno più chiamato...















Per coloro che fossero interessati ad approfondire:

http://www.repubblica.it/ambiente/2015/05/13/news/rinnovabili_italia_prima_al_mondo_per_il_solare-114238347/?ref=HRLV-16


RINNOVABILI, ITALIA PRIMA AL MONDO PER IL SOLARE. MA I TAGLI AGLI INCENTIVI FRENANO IL BOOM.
Il rapporto "Comuni rinnovabili 2015" di Legambiente fotografa la crescita dell'energia pulita con 800mila impianti e il 38% dei consumi elettrici. Ma le misure fiscali del governo ostacolano questa rivoluzione nata dal basso. Premiati Campo Tures (BZ), Forlì e Celle San Vito (FG)



ROMA – Non solo le energie rinnovabili sono diffuse ormai nel 100% dei Comuni italiani, ma il nostro Paese conquista il primo posto nel mondo per il solare. E il contributo ai consumi elettrici schizza al 38%. Dati che fotografano il particolare andamento della rivoluzione energetica italiana, che cresce dal basso ma viene osteggiata dall'alto, con tagli retroattivi e improvvisi che frenano una crescita ormai forte di oltre 800 mila impianti sparsi in tutto il territorio. È questo il quadro che esce dal rapporto "Comuni Rinnovabili 2015"di Legambiente, giunto alla sua decima edizione e presentato oggi a Roma.

Numeri incoraggianti. Negli ultimi dieci anni le fonti rinnovabili hanno contribuito a cambiare il sistema energetico italiano. Oggi gli impianti sono presenti in tutti gli 8.047 Comuni italiani, con una progressione costante (erano appena 356 nel 2005, 3.190 nel 2007, 6.993 nel 2009) e con risultati sempre più importanti di copertura dei fabbisogni elettrici e termici locali. Complessivamente in Italia nel 2014 le rinnovabili hanno contribuito a soddisfare il 38,2% dei consumi elettrici complessivi (nel 2005 si era al 15,4) e il 16% dei consumi energetici finali (quando nel 2005 eravamo solo al 5,3%). Come detto, l’Italia è il primo Paese al mondo per incidenza del solare rispetto ai consumi elettrici (ad aprile 2015 oltre l’11%), sfatando così la convinzione che queste fonti avrebbero sempre e comunque avuto un ruolo marginale nel sistema energetico italiano e che un loro eccessivo sviluppo avrebbe creato rilevanti problemi di gestione della rete. A impressionare sono da un lato i numeri della produzione da fonti rinnovabili passata in tre anni da 84,8 a 118 TWh, e dall’altro quelli di distribuzione degli impianti da fonti rinnovabili: circa 800mila, come già accennato, tra elettrici e termici, distribuiti nel territorio e nelle città, sempre più spesso integrati con smart grid (reti di distribuzione elettrica "intelligenti") e sistemi di accumulo o in autoproduzione, che oggi sono la frontiera dell’innovazione energetica nel mondo. Attraverso il contributo di questi impianti, e il calo dei consumi energetici, l’Italia ha ridotto le importazioni dall’estero di fonti fossili, la produzione dagli impianti più inquinanti e dannosi per il clima (nel termoelettrico -34,2% dal 2005) ed è calato anche il costo dell’energia elettrica: da 76 a 48 euro per megawattora tra il 2008 e il 2014, anche se per una serie di ragioni (tra cui incompleta liberalizzazione del sistema, spinta insufficiente verso l'innovazione tecnologica, ritardi nella realizzazione delle smart grid) questa riduzione non è stata trasferita ai consumatori.

TABELLE

"Le rinnovabili al 38% dimostrano quanto oggi uno scenario incentrato su fonti alternative e efficienza energetica sia già una realtà  - spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente -. Ora occorre aprire una seconda fase di questa rivoluzione energetica dal basso: l'obiettivo è il Green Act, che potrebbe fare da volano per il rilancio degli interventi per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio e la diffusione delle rinnovabili".

Guarda: videointervista al ministro dell'Ambiente sul Green Act

I tagli agli incentivi. Se infatti nel corso del 2014 sono aumentate le installazioni per tutte le fonti, i ritmi di crescita sono purtroppo molto inferiori rispetto al passato: per il fotovoltaico negli ultimi due anni sono stati installati 1.864MW contro i 13.194 del biennio 2011-2012, nell’eolico sono stati installati 170MW nel 2014 contro una media di 770 degli anni passati, stessi dati per il mini idroelettrico e le altre fonti. Le ragioni di questa situazione sono due, la prima riguarda l’assenza di procedure chiare per l’approvazione dei progetti che blocca gli impianti eolici (per quelli offshore ancora nessun impianto è stato realizzato a fronte di 15 progetti presentati), solari termodinamici, da biomasse, mini idroelettrici, geotermici. La seconda ragione sta nella totale incertezza in cui il settore si trova a seguito di interventi normativi che in questi anni hanno introdotto tagli agli incentivi, barriere e tasse senza al contempo dare alcuna prospettiva chiara per il futuro. La scure di Palazzo Chigi si è dunque abbattuta su un mercato che vale più di 100 mila posti di lavoro.

Leggi: Pasticcio fotovoltaico, arriva il taglio degli incentivi |Competitività, così cambiano gli incentivi per il fotovoltaico

I Comuni premiati. Il premio "Comuni Rinnovabili 2015" è andato a Campo Tures (BZ), in Alto Adige, che è riuscito a soddisfare l'intero fabbisogno energetico del territorio grazie a un mix di 7 tecnologie da fonti rinnovabili elettriche e termiche e alla gestione locale dell'intera filiera energetica (sia la rete elettrica che quella di teleriscaldamento sono di proprietà comunale). Nel Comune, di circa 5.200 abitanti, una cooperativa energetica con 1.500 soci tra cui la stessa amministrazione, serve le circa 2.000 utenze, sia per la parte elettrica che per quella termica, con un risparmio medio del 30% rispetto ai prezzi di mercato. Campo Tures è uno dei 35 Comuni 100% rinnovabili in Italia, ossia quelli nei quali le fonti rinnovabili installate riescono a superare i fabbisogni sia elettrici che termici dei cittadini (riscaldamento delle case, acqua calda per usi sanitari, elettricità), attraverso impianti a biomasse e geotermici allacciati a reti di teleriscaldamento.

Inoltre Forlì si è aggiudicato il premio "Buona pratica" per l'innovazione in campo energetico. Ha infatti inaugurato recentemente il primo campo solare termico a concentrazione in Italia a servizio di utenze industriali: un progetto pilota finalizzato alla sostituzione dei combustibili fossili con energie rinnovabili in un'area industriale di circa 20mila mq utilizzando solo materiali completamente riciclabili. Al piccolo Comune di Celle San Vito (FG) il premio Buona pratica per l'efficienza energetica è stato assegnato, invece, per la capacità di portare avanti progetti finalizzati a riqualificare energeticamente edifici esistenti.
ROMA – Non solo le energie rinnovabili sono diffuse ormai nel 100% dei Comuni italiani, ma il nostro Paese conquista il primo posto nel mondo per il solare. E il contributo ai consumi elettrici schizza al 38%. Dati che fotografano il particolare andamento della rivoluzione energetica italiana, che cresce dal basso ma viene osteggiata dall'alto, con tagli retroattivi e improvvisi che frenano una crescita ormai forte di oltre 800 mila impianti sparsi in tutto il territorio. È questo il quadro che esce dal rapporto "Comuni Rinnovabili 2015" di Legambiente, giunto alla sua decima edizione e presentato oggi a Roma.

Numeri incoraggianti. Negli ultimi dieci anni le fonti rinnovabili hanno contribuito a cambiare il sistema energetico italiano. Oggi gli impianti sono presenti in tutti gli 8.047 Comuni italiani, con una progressione costante (erano appena 356 nel 2005, 3.190 nel 2007, 6.993 nel 2009) e con risultati sempre più importanti di copertura dei fabbisogni elettrici e termici locali. Complessivamente in Italia nel 2014 le rinnovabili hanno contribuito a soddisfare il 38,2% dei consumi elettrici complessivi (nel 2005 si era al 15,4) e il 16% dei consumi energetici finali (quando nel 2005 eravamo solo al 5,3%). Come detto, l’Italia è il primo Paese al mondo per incidenza del solare rispetto ai consumi elettrici (ad aprile 2015 oltre l’11%), sfatando così la convinzione che queste fonti avrebbero sempre e comunque avuto un ruolo marginale nel sistema energetico italiano e che un loro eccessivo sviluppo avrebbe creato rilevanti problemi di gestione della rete. A impressionare sono da un lato i numeri della produzione da fonti rinnovabili passata in tre anni da 84,8 a 118 TWh, e dall’altro quelli di distribuzione degli impianti da fonti rinnovabili: circa 800mila, come già accennato, tra elettrici e termici, distribuiti nel territorio e nelle città, sempre più spesso integrati con smart grid (reti di distribuzione elettrica "intelligenti") e sistemi di accumulo o in autoproduzione, che oggi sono la frontiera dell’innovazione energetica nel mondo. Attraverso il contributo di questi impianti, e il calo dei consumi energetici, l’Italia ha ridotto le importazioni dall’estero di fonti fossili, la produzione dagli impianti più inquinanti e dannosi per il clima (nel termoelettrico -34,2% dal 2005) ed è calato anche il costo dell’energia elettrica: da 76 a 48 euro per megawattora tra il 2008 e il 2014, anche se per una serie di ragioni (tra cui incompleta liberalizzazione del sistema, spinta insufficiente verso l'innovazione tecnologica, ritardi nella realizzazione delle smart grid) questa riduzione non è stata trasferita ai consumatori.

TABELLE

"Le rinnovabili al 38% dimostrano quanto oggi uno scenario incentrato su fonti alternative e efficienza energetica sia già una realtà  - spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente -. Ora occorre aprire una seconda fase di questa rivoluzione energetica dal basso: l'obiettivo è il Green Act, che potrebbe fare da volano per il rilancio degli interventi per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio e la diffusione delle rinnovabili".

Guarda: videointervista al ministro dell'Ambiente sul Green Act

9I tagli agli incentivi. Se infatti nel corso del 2014 sono aumentate le installazioni per tutte le fonti, i ritmi di crescita sono purtroppo molto inferiori rispetto al passato: per il fotovoltaico negli ultimi due anni sono stati installati 1.864MW contro i 13.194 del biennio 2011-2012, nell’eolico sono stati installati 170MW nel 2014 contro una media di 770 degli anni passati, stessi dati per il mini idroelettrico e le altre fonti. Le ragioni di questa situazione sono due, la prima riguarda l’assenza di procedure chiare per l’approvazione dei progetti che blocca gli impianti eolici (per quelli offshore ancora nessun impianto è stato realizzato a fronte di 15 progetti presentati), solari termodinamici, da biomasse, mini idroelettrici, geotermici. La seconda ragione sta nella totale incertezza in cui il settore si trova a seguito di interventi normativi che in questi anni hanno introdotto tagli agli incentivi, barriere e tasse senza al contempo dare alcuna prospettiva chiara per il futuro. La scure di Palazzo Chigi si è dunque abbattuta su un mercato che vale più di 100 mila posti di lavoro.

Leggi: Pasticcio fotovoltaico, arriva il taglio degli incentivi | Competitività, così cambiano gli incentivi per il fotovoltaico

I Comuni premiati. Il premio "Comuni Rinnovabili 2015" è andato a Campo Tures (BZ), in Alto Adige, che è riuscito a soddisfare l'intero fabbisogno energetico del territorio grazie a un mix di 7 tecnologie da fonti rinnovabili elettriche e termiche e alla gestione locale dell'intera filiera energetica (sia la rete elettrica che quella di teleriscaldamento sono di proprietà comunale). Nel Comune, di circa 5.200 abitanti, una cooperativa energetica con 1.500 soci tra cui la stessa amministrazione, serve le circa 2.000 utenze, sia per la parte elettrica che per quella termica, con un risparmio medio del 30% rispetto ai prezzi di mercato. Campo Tures è uno dei 35 Comuni 100% rinnovabili in Italia, ossia quelli nei quali le fonti rinnovabili installate riescono a superare i fabbisogni sia elettrici che termici dei cittadini (riscaldamento delle case, acqua calda per usi sanitari, elettricità), attraverso impianti a biomasse e geotermici allacciati a reti di teleriscaldamento.

Inoltre Forlì si è aggiudicato il premio "Buona pratica" per l'innovazione in campo energetico. Ha infatti inaugurato recentemente il primo campo solare termico a concentrazione in Italia a servizio di utenze industriali: un progetto pilota finalizzato alla sostituzione dei combustibili fossili con energie rinnovabili in un'area industriale di circa 20mila mq utilizzando solo materiali completamente riciclabili. Al piccolo Comune di Celle San Vito (FG) il premio Buona pratica per l'efficienza energetica è stato assegnato, invece, per la capacità di portare avanti progetti finalizzati a riqualificare energeticamente edifici esistenti.

Solare. Tornando ai numeri, i Comuni del solare sono 8.047. In tutti i Comuni italiani, infatti, è installato almeno un impianto solare fotovoltaico e in 6.803 almeno un impianto solare termico. Per il fotovoltaico è Macra (CN) a presentare la maggior diffusione rispetto agli abitanti, con una media di 176,5 MW/1.000 abitanti e una potenza assoluta di 9,7 MW in grado di coprire l'intero fabbisogno energetico elettrico del territorio. Secondo i dati di Terna al 31 dicembre 2014 complessivamente sono stati installati 18.854 MW.
Eolico. I Comuni dell’eolico sono 700. Questi impianti, secondo i dati di Terna, hanno permesso di produrre 14,9 TWh di energia, pari al fabbisogno elettrico di oltre 5,5 milioni di famiglie. Sono 323 i Comuni che si possono considerare autonomi dal punto di vista elettrico grazie all’eolico.
Mini-idroelettrico. I Comuni del mini idroelettrico sono 1.160. Il Rapporto prende in considerazione gli impianti fino a 3 MW e la potenza totale installata nei Comuni italiani è di 1.358 MW, in grado di produrre ogni anno oltre 5,4 TWh pari al fabbisogno di energia elettrica di oltre 2 milioni di famiglie.
Geotermia. I Comuni della geotermia sono 484, per una potenza installata pari a 814,7 MW elettrici, 264,4 MW termici e 3,4 MW frigoriferi. Grazie a questi impianti nel 2014 sono stati prodotti circa 5,5 TWh di energia elettrica in grado di soddisfare il fabbisogno di oltre 2 milioni di famiglie.
Bioenergie. I Comuni delle bioenergie sono 2.415 per una potenza installata complessiva di 2.936,4 MW elettrici, 1.306,6 MW termici e 415 kW frigoriferi. In particolare quelli a
 biogas sono in forte crescita e hanno raggiunto complessivamente di 1.165,9 MW elettrici, 176,5 MW termici e 65 kW frigoriferi. Gli impianti a biomasse, nel loro complesso, hanno consentito nel 2014 di produrre circa 12 TWh pari al fabbisogno elettrico di oltre 4,4 milioni di famiglie.



Solare. Tornando ai numeri, i Comuni del solare sono 8.047. In tutti i Comuni italiani, infatti, è installato almeno un impianto solare fotovoltaico e in 6.803 almeno un impianto solare termico. Per il fotovoltaico è Macra (CN) a presentare la maggior diffusione rispetto agli abitanti, con una media di 176,5 MW/1.000 abitanti e una potenza assoluta di 9,7 MW in grado di coprire l'intero fabbisogno energetico elettrico del territorio. Secondo i dati di Terna al 31 dicembre 2014 complessivamente sono stati installati 18.854 MW.
Eolico. I Comuni dell’eolico sono 700. Questi impianti, secondo i dati di Terna, hanno permesso di produrre 14,9 TWh di energia, pari al fabbisogno elettrico di oltre 5,5 milioni di famiglie. Sono 323 i Comuni che si possono considerare autonomi dal punto di vista elettrico grazie all’eolico.
Mini-idroelettrico. I Comuni del mini idroelettrico sono 1.160. Il Rapporto prende in considerazione gli impianti fino a 3 MW e la potenza totale installata nei Comuni italiani è di 1.358 MW, in grado di produrre ogni anno oltre 5,4 TWh pari al fabbisogno di energia elettrica di oltre 2 milioni di famiglie.
Geotermia. I Comuni della geotermia sono 484, per una potenza installata pari a 814,7 MW elettrici, 264,4 MW termici e 3,4 MW frigoriferi. Grazie a questi impianti nel 2014 sono stati prodotti circa 5,5 TWh di energia elettrica in grado di soddisfare il fabbisogno di oltre 2 milioni di famiglie.
Bioenergie. I Comuni delle bioenergie sono 2.415 per una potenza installata complessiva di 2.936,4 MW elettrici, 1.306,6 MW termici e 415 kW frigoriferi. In particolare quelli a

 biogas sono in forte crescita e hanno raggiunto complessivamente di 1.165,9 MW elettrici, 176,5 MW termici e 65 kW frigoriferi. Gli impianti a biomasse, nel loro complesso, hanno consentito nel 2014 di produrre circa 12 TWh pari al fabbisogno elettrico di oltre 4,4 milioni di famiglie.
 



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domenica 14 dicembre 2014

DISINVESTIRE DAI FOSSILI PER VINCERE LA SFIDA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Mentre i negoziati sul clima della COP 20 di Lima, (la ventesima Conference of Parties dell'ONU per salvare il mondo dal disastro climatico, che precede la COP 21 che si terrà a Parigi il prossimo anno) sta entrando nella sua seconda settimana, attivisti di movimenti contro il cambiamento climatico di tutto il mondo organizzati sotto la sigla CAN - Climat Action Network) si sono dati appuntamento nella capitale peruviana per testimoniare il loro senso di urgenza  perchè il mondo intraprenda azioni urgenti a combattere questo fenomeno che può avere come conseguenza la scomparsa dell'essere umano dal pianeta e non il semplice abbassamento del livello della neve negli impianti sciistici di Saint- Moritz e Davos (Copyright Jeremy Rifkin).  Gli attivisti di CAN avevano organizzato un premio ironico (lo Sly Sludge Award, letteralmente il Premio per il Furbacchione Vischioso) che intendevano consegnare alla Shell in memoria dei loro sversamenti nel Delta del Niger costati la vita all'attivista nigeriano Ken Saro Wiva, leader della protesta della tribù degli Ogoni di cui ricorre quest'anno il 19 anniversario della sue esecuzione da parte di una corte prezzolata nigeriana, fomentata dalla Shell.
Ken Saro Wiva. Impiccato per la Shell.
La presenza di così tanti attivisti CAN ha innervosito non poco la Shell, destinataria del premio, e tutti gli altri grandi gruppi energetici che di questo disastro climatico sono i principali responsabili e che quindi sono i primi che dovrebbero pagare gli investimenti necessari alla decarbonizzazione del pianeta.
E siccome ormai il dibattito si è incanalato nei termini giusti, cioè è passato dalle mere questioni ambientali alle questioni finanziarie, con la strategia del "Fossil divest" ossia l'obiettivo di separare la finanza dai fossili, (una grande vittoria di quello che è ormai mondialmente conosciuto come il "Divestment Movement" mondiale)  i grandi gruppi energetici mondiali cominciano a sentire il terreno cedere sotto i loro piedi e a perdere la testa.
Così cosa hanno fatto?
Hanno indetto una conferenza organizzata con la fantasiosa sigla fantasiosa di IETA (International Emission Trading Association) per tranquillizzare tutti accampando che la questione delle emissioni nocive in atmosfera di anidride carbonica è stata messa sotto controllo,
Questa conferenza era stata originariamente chiamata “Why Divest from Fossil Fuels When a Future with Low-Emission Fossil Energy Use Is Already a Reality?” (= "perchè disinvestire dai combustibili fossili quando un futuro con fossili a basse emissioni è già una realtà") ma poi rendendosi conto di averla sparata grossa gli organizzatori hanno precipitosamente rinominato questa inutile conferenza  in modo molto meno impegnativo “How Can We Reconcile Climate Targets with Energy Demand Growth?” (= "come riconciliare gli obettivi climatici con la crescita della domanda energetica") coprendosi di ridicolo perchè nell'indirizzo IP del sito WEB è rimasto il titolo originale come gli attivisti CAN non hanno mancato di rilevare e divulgare con grande tempestività.
Cambio di tema in corsa per le lobby fossili. Ma la rete non perdona.
Perchè tanto nervosismo? Perchè i grandi monopoli fossili hanno già visto come conseguenza della campagna del "Divestment movement" ben 700 investitori fra pubblici e privati  ritirare  all'incirca 50 miliardi di dollari dai fossili, e loro lo sanno che se questa emorragia di fresh cash continua (e tutto fa presagire che continuerà) per i fossili è finita perchè senza l'ossigeno dei capitali freschi iniettati in continuazione i fossili sono morti.
Cerchiamo di chiarire perchè.

La seconda rivoluzione industriale (l'era del petrolio) nasce grazie  alla scoperta non degli idrocarburi, ma della possibilità economica di sfruttarli.
Infatti il "fuoco greco"  e la pece erano già noti ai tempi dei romani e anche utilizzati per applicazioni belliche, ma il loro sfruttamento intensivo è stato possibile solo quando l'uomo è riuscito a utilizzare ingenti risorse finanziarie per esplorare e poi sfruttare le riserve fossili del giurassico lasciate nel sottosuolo per centinaia di milioni di anni.
Nasce così il connubio fra grande finanza internazionale e monopoli energetici.
Infatti il petrolio e gli altri idrocarburi sono fonti energetiche ad altissima intensità calorica che però può essere sfruttata solo con una altissima intensità di capitali.
In altre parole per estrarre, stoccare, trasportare, raffinare e distribuire un barile di petrolio è necessario spendere capitali ingentissimi ma alla fine del ciclo economico si ottengono ricavi ancora più ingenti per cui chi investe sarà soddisfatto. Ma non si tratta di investimenti che erano (e tuttora non sono) alla portata di tutti. Coloro che disponevano di quei capitali ingentissimi duecento anni fa erano pochissimi grandi gruppi finanziari nascenti che sono diventati monopoli della finanza speculativa proprio grazie alla capacità dei loro investimenti negli idrocarburi di moltiplicare esponenzialmente il capitale investito.
Dobbiamo cominciare da questa considerazione: la grande finanza mondiale oggi non esisterebbe (almeno non nella forma in cui la conosciamo) se  non fosse stato per il suo connubio con il petrolio.
Purtroppo per il resto dell'umanità però, questo investimento  ha comportato  due conseguenze negative difficilmente trascurabili e su cui ormai si è accesa l'attenzione mondiale: l'entropia fisica e l'entropia sociale.
1) L'ENTROPIA FISICA
I grandi investimenti effettuati  dai grandi finanziatori nelle attività estrattive energetiche e industriali basate sui combustibili fossili sono la giustificazione ideologica dei loro astronomici profitti.
Ma quello che manca all'appello sono i costi esterni che, se dovessero essere messi in conto, renderebbero tutte le attività della seconda rivoluzione industriale anti economiche.
Perchè se è vero che chi fa un impianto fossile "rischia" (le virgolette sono d'obbligo perchè ormai con i prodotti finanziari derivati, il rischio degli investimenti finanziari non esiste più)  soldi che sono suoi, l'aria la terra, l'acqua e le altre risorse naturali che consumano e distruggono questi processi sono di tutti.

Entropia ambientale e fisica a Taranto: l'ILVA. 
E dunque, si devastano risorse naturali e beni comuni che appartengono a tutti per il profitto di pochi. Detta così pare un affermazione difficilmente contestabile ma proviamo a calarla nello specifico. Questo significa che gli investimenti effettuati dallo Stato nel siderurgico Italsider di Taranto negli anni sessanta, (poi frettolosamente e approssimativamente svenduto all'ILVA della famiglia Riva) hanno legittimato la devastazione  (nelle forme intensive che tutti conosciamo) del territorio dei tarantini, l'inquinamento della foce dello storico fiume Galeso sulle cui sponde gli spartani si fermarono quando decisero di costruire la colonia Taras, la atrofizzazione del meraviglioso bacino del Mar Piccolo, unico al mondo.
Per non parlare di quel bene pubblico che è la salute e che l'ILVA ha fatto a pezzi senza nessun riguardo?

Altro esempio illuminante: il finanziamento della costruzione della centrale a carbone di Cerano a Brindisi, ha permesso agli azionisti dell'ENEL di "comprare" anche il diritto a devastare chilometri di costa, decine di miglia marine e uno dei paesaggi più belli di Puglia con il loro orribile "scivolo a mare con ciminiera"
Entropia ambientale a Cerano. L'orribile scivolo a mare da Campo di mare
che deturpa tutta la costa a sud di Brindisi e a nord si lecce, da Torre Mattarelle a Lendinuso a  Campo di Mare, a Casalabate a Torre Rinalda.
Stesso ragionamento potremmo fare per le splendide sabbie di Priolo a Siracusa, la rada di Augusta ridotta a uno dei posti più contaminati del mondo, la laguna di Venezia con il petrolchimico di Porto Marghera, la raffineria di Milazzo che devasta la costa di fronte alle splendide isole Eolie, la centrale a carbone di Civitavecchia, la laguna di Porto Vesme in Sardegna sconquassata dalla Saras di Moratti...
Il fatto di aver messo soldi nella costruzione di quegli impianti conferisce il diritto di contaminare il territorio, l'acqua e l'aria che sono di tutti?
I beni comuni sono compresi nel prezzo dell'investimento fossile?

Se la risposta è no, allora domandiamoci ulteriormente: cosa resterebbe alla famiglia Riva se dovessero pagare le bonifiche per l'ILVA di Taranto?
O se la Tepco dovesse davvero rimborsare le devastazioni provocate dalla centrale nucleare impazzita di Fukushima alle migliaia di attività economiche rese impossibili nel raggio di cento chilometri?
O se la BP dovesse davvero riportare in pristino l'ecosistema del golfo del Messico devastato dall'esplosione della piattaforma Deepwater Horizon?

Ecco che allora diventa chiaro che l'insensatezza degli investimenti nel fossile non  è solo ecologica, ma è anche economica, se consideriamo, come è giusto fare, i costi indiretti (le cosiddette "externalities") della seconda rivoluzione industriale, che l'Agenzia Internazionale per l'Energia stima a quasi 1500 miliardi di dollari l'anno (più di tutti i profitti aggregati delle aziende petrolifere).

2) L'ENTROPIA SOCIALE.
L'energia fossile permette di ottenere risultati  attraverso un uso intensivo delle macchine, anzichè del lavoro dell'uomo.
Nella prima rivoluzione industriale ciò avviene grazie al carbone che bruciando produce il vapore che fa muovere i grandi motori esotermici di piroscafi, locomotive, presse per la stampa e per l'industria.
Nella seconda rivoluzione industriale questo avviene attraverso il petrolio che per l'ultimo secolo, ha mosso i motori endotermici, ossia il motore a scoppio di automobili, aerei, turbine etc.
Conseguenza di tutto ciò?
Il lavoro dell'uomo è diventata una variabile spendibile e comprimibile del  ciclo produttivo alimentato dalla finanza speculativa, e  dunque un disvalore, da valore che era.
Il processo subisce oggi una accelerazione con l'automazione dei processi produttivi completamente automatizzati
La Società a Costo Marginale Zero
progressivamente stanno eliminando qualunque forma di lavoro umano, quasi totalmente rimpiazzato dalle macchine (tanto che le fabbriche di ultima generazione vengono definite "lights out" ossia a luci spente come sottolinea Rifkin nel suo ultimo libro, la Società a Costo Marginale Zero)
Il lavoro dell'uomo si limita a pochissime funzioni di controllo delle macchine altamente specializzate.
Questo, è alla base di quella "disoccupazione tecnologica" denunciata da Rifkin fin dal 1995 quando pubblico il suo fondamentale saggio "LA FINE DEL LAVORO".
La Fine del Lavoro di Jeremy Rifkin
Rifkin in quel'opera va oltre e identifica con precisione un altro fenomeno conosciuto come la "jobless recovery" (ripresa senza occupazione) , destando l'ilarità degli economisti  vecchio stampo della scuola di Chicago, che lo criticarono senza ritegno perchè erano prigionieri del dogma ultra liberista secondo cui se la produttività d'impresa cresce, di conseguenza cresce anche il lavoro, un dogma imposto dal pensiero economico di Milton Friedman e che è alla base di tutti i disastri economici, sociali e politici degli ultimi 170  anni, derivante da una lettura superficiale e interessata della teoria della mano invisibile elaborata da Adam Smith.
Con quel libro, Rifkin dimostrò che in conseguenza delle scelte energetiche contrarie alle leggi della termodinamica e in violazione  delle risorse naturali e della biosfera nonchè dei diritti dei lavoratori, la produttività dell'impresa stava aumentando a discapito della componente lavoro
Rifkin predisse quello che oggi è sotto gli occhi di tutti e cioè che il lavoro non si stava "delocalizzando".
Stava proprio scomparendo.
Infatti le delocalizzazioni delle unità produttive delle multinazionali occidentali nei paesi del terzo mondo che praticavano (e tuttora praticano) bassi standard giuslavoristici e politiche di "dumping" sociale, hanno fatto "scomparire" il lavoro in occidente.
Ma  il lavoro manuale (e anche quello intellettuale grazie alla Intelligenza Artificiale) sta cominciando a scomparire anche in Cina, in Messico e in Moldova, perchè i costi di installazione e gestione della macchina e di automazione dei processi produttivi, stanno crollando al di sotto del costo del lavoro, ancorchè molto ridotto, anche in quei paesi.
Da questo discende la conseguenza che è sotto gli occhi di tutti: l'attacco concentrico e simultaneo ai diritti dei lavoratori in tutti i Paesi occidentali, mirante a ottenere un livellamento al ribasso dei diritti (o meglio non diritti) dei lavoratori nei paesi emergenti, in modo da porre meno freni, vincoli e fattori di rallentamento possibile alla  libera circolazione dei capitali (leggi speculazione finanziaria).
In quest'ottica anche l'attacco del governo Renzi contro l'articolo 18 e il sindacato, assumono un altro significato, quello di punta di diamante di una strategia mondiale mirante a distruggere il lavoro e le normative a tutela dell'ambiente e dei beni comuni, visti come un appesantimento della produttività e quindi una diminuzione delle "bottom line profit figures" cioè dei profitti globali delle imprese finanziatrici dell'economia reale.
In questo modo gli speculatori finanziari mondiali (a me piace chiamare le cose con il loro nome invece di usare l'ipocrita denominazione di "mercati finanziari"), nella seconda rivoluzione industriale sono diventati i principali protagonisti dell'economia mondiale e i principali responsabili dell'entropia fisica e sociale prodotta.
Bisogna anche capire che quello dell'energia è un falso mercato. O meglio, un mercato falsato. L'abbassamento dei livelli di investimento privato viene compensato da un livello sempre più alto di sussidi pubblici(alla faccia del libero mercato), per le fonti fossili. In altre parole, paghiamo per aumentare i livelli di inquinamento. 
Il World Energy Outlook 2014 dell'Iea ricorda che nel 2013 gli incentivi al consumo per i combustibili fossili, (responsabili dell'84% delle emissioni serra), hanno raggiunto quota 550 miliardi di dollari. Se al conteggio aggiungiamo i danni ambientali, sanitari e sociali prodotti dall'uso di petrolio, carbone e gas (di cui si parlava poc'anzi) si arriva - stime del Fondo monetario internazionale - a 1.900 miliardi di dollari (circa il 2,5% del Pil globale). 
Per contro gli  incentivi andati alle rinnovabili nel 2013 sono solo 120 miliardi. Non avete letto male. Ripeto: 550 miliardi alle fonti fossili e 120 miliardi alle rinnovabili. I sussidi ai fossili sono in continua crescita. Erano 544 nel 2012, 523 nel 2011 e 412 nel 2010. Si prevede che questi fondi, destinati per il 92% ai produttori petroliferi, nel 2020 arriveranno a quota 660 miliardi, pari allo 0,7% del Pil mondiale. 
Tutto questo non è più sostenibile. 
Oggi, con l'azione di Climate Action Network,  entra nella coscienza collettiva del nostro tempo e diventa senso comune, che gli investimenti necessari a mantenere in vita un sistema energetico basato sui fossili non sono più sostenibili nemmeno economicamente, e che se lo sono stati fino ad oggi è solo perchè i danni all'ambiente e alla salute umana da essi provocati sono stato pagati dalla collettività.
Tutto questo oggi diventa inaccettabile e le manipolazioni informative e i piagnistei dell'industria fossile, che usa ipocritamente i pochi posti di lavoro che ancora sopravvivono come scudi umani non ingannano più nessuno.

Lode a quei ragazzi e attivisti che a Lima hanno messo in evidenza tutto questo con grande intelligenza durante la COP 20.

E prepariamoci alla madre di tutte le battaglie a Parigi per la COP 21 nel dicembre 2015





per approfondire:
http://grist.org/climate-energy/fossil-fuel-companies-grow-nervous-as-divestment-movement-grows-stronger/?utm_content=bufferadd4c&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

e anche :
http://www.repubblica.it/ambiente/2014/12/12/news/incentivi_combustibili_fossili-102730024/?ref=HRLV-16

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